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Basta na taliata a li voti/ na magia di l'occhi/ na sbuccata du cori/ p'arrivisciri un mortu chi chianci. (Basta uno sguardo, talvolta/una magia degli occhi/una sboccata del cuore/per resuscitare un morto che piange). “Si mori dui voti” Ignazio Buttitta La prima volta in cui la vide, Carmela gli apparve come una madonna senza speranza. Erano i primi giorni dell'inverno 1947 e, nonostante il freddo pungente, nella piccola piazza di Desulo le donne arrivavano in processione e facevano capannello attorno alla bancarella del venditore di roba americana. Lui stava tenendo testa a una vecchia che chiedeva lo sconto per un taglio di stoffa, quando vide una ragazza vestita di nero, con in braccio un bambino e un altro tenuto per mano. Capì subito che i piccini erano orfani, e solo per un istante riuscì a scorgere il verde acquamarina degli occhi della giovane vedova. Ricordò per tutta la vita quella sensazione strana che gli fermò il cuore, una fitta di dolore e un immediato sollievo, come se della tristezza di lei se ne fosse fatto carico per sempre e lì ne avesse dato annuncio al mondo. Per poter sposare la donna della sua vita, Turiddu Buttitta dovette battersi contro l'ignoranza degli uomini e i pregiudizi della Chiesa. Di lui, siciliano di Bagheria, si disse che - come tutti i maschi della sua terra - sarebbe stato capace di uccidere la moglie per gelosia; sicché, la volta in cui si trovò circondato da dieci cugini dell'innamorata mandati apposta per fargliela dimenticare, lui riuscì a convincere l'intero parentado spedendo gli emissari dall'altra parte del muraglione. Quando di mezzo ci si mise il parroco, che gli rinfacciò di essere un comunista e lo avvisò che non avrebbe celebrato le nozze, fece cambiare idea al prete con uno degli argomenti più diplomatici del suo repertorio: la minaccia. E così, con la benedizione della famiglia e del cielo, nella primavera del 1948 Salvatore Buttitta e Carmela Littarru divennero marito e moglie. Quel giorno in cui fecero la promessa di amarsi e onorarsi “fino a che morte non ci separi”, non potevano sapere che il traguardo finale sarebbe arrivato vent'anni e sei figli dopo, ma si ripromisero di vivere ogni giorno come due fidanzati, come innamorati coscienti che tutto può finire in un soffio. È toccato a lei, partire per prima: Carmela Littarru è morta nel 1969, uccisa a 46 anni da un tumore all'utero. Dal pomeriggio in cui accompagnò la moglie al camposanto, Turiddu Buttitta smise di essere un gigante. Continuava ad amare i figli teneramente, ma ormai il suo cuore era volato via. Ha resistito cinque anni, poi si è arreso al male che gli ha mangiato i polmoni. Quando arrivò la prima volta a Desulo col vecchio camioncino carico di roba americana, pensò che in un posto come quello non avrebbe venduto neanche una camicia da poche lire. Turiddu Buttitta sapeva bene cos'è la povertà: nel 1947 aveva 37 anni, aveva piegato la schiena nei campi e aveva patito la fame durante il tempo di guerra; e questo paese accoccolato sulle montagne della Sardegna non gli sembrò molto diverso dal suo. Veniva da Bagheria, comune che un giorno sarebbe diventato famoso per aver dato i natali al pittore Renato Guttuso, al poeta Ignazio Buttitta, al fotografo Ferdinando Scianna, al regista Giuseppe Tornatore; ma che allora era una delle praterie delle scorribande di Salvatore Giuliano, il re di Montelepre, il bandito sanguinario (assassinato nel 1950 da uno dei suoi picciotti) che finì per essere usato dalla mafia e dai servizi deviati dello Stato. Fin dal 1945, Giuliano e i suoi uomini imperversavano nelle contrade di tutta la provincia di Palermo e, a un certo punto, il destino di Turiddu Buttitta si incrociò con la storia della banda. «Un giorno mio padre chiese aiuto a un amico: si diceva che questi era uno della banda di Salvatore Giuliano». Rosetta Buttitta, 60 anni, imprenditrice a La Caletta, è la primogenita dei sei figli nati dal matrimonio tra l'ambulante siciliano e la giovane vedova desulese. Racconta la storia di famiglia con lo stesso stupore con cui l'ha ascoltata mille volte, fin da bambina. «La storia iniziò quando due picciotti mafiosi si rifiutarono di pagare il conto nell'osteria della zia di papà. Avevano mangiato per quindici giorni di fila, a pranzo e a cena, e così quella povera donna chiese aiuto al nipote. Lui ne parlò con l'amico e insieme decisero il da farsi. Quando quelli tornarono in trattoria, babbo prese il foglio col conto, si piazzò davanti al loro tavolo e intimò: “Ragazzi, c'è da pagare questo”. L'unica risposta fu una risata di scherno, e così cominciarono i guai: mentre i due mafiosi finirono all'ospedale - uno perse la gamba destra, l'altro restò gobbo per tutta la vita - papà venne rinchiuso nel carcere di Palermo e poi condannato a sette anni». Prima del processo Turiddu Buttitta venne sottoposto a un trattamento a base di scariche di corrente elettrica. Dal loro letto d'ospedale gli invalidi raccontavano di essere stati aggrediti da due uomini, mica da uno soltanto. Loro testimoniavano, e Buttitta Salvatore non confessava un bel niente. Solo ero . Così, condannato a una lunga pena, venne rinchiuso all'Ucciardone. «Non dovette scontare molto. Dopo qualche mese - spiega Rosetta - la banda Giuliano lo aiutò ad evadere. Il ringraziamento per non aver fatto il nome dell'amico». Turiddu scappò come nei film: passando dalle sbarre segate della finestra. Appena mise piede a terra decise che non voleva fare l'uccel di bosco ricercato in tutta la Sicilia, sicché salutò Bagheria e partì per la Sardegna. «Si sistemò a Cagliari. Con l'aiuto di altri siciliani cominciò a fare l'ambulante: la mattina caricava tessuti e roba americana in macchina e partiva». Salvatore Buttitta fece la vita dell'ambulante giusto un paio d'anni. Decise che sarebbe rimasto a Desulo per sempre nello stesso istante in cui vide quella ragazza vestita di nero che stringeva a sé due bambini. Raccontò fino alla fine dei suoi giorni quanto fu difficile conquistare prima la sua fiducia, e solo dopo il suo amore. Carmela Littarru era rimasta vedova a 23 anni, aveva due figli e un buon nome da onorare. «A poco a poco, papà riuscì a conquistarla. Poteva vederla solo quando lei andava in piazza per comprare tagli di stoffa e pantaloni per i bambini. Cominciò col regalarle qualcosa; lei all'inizio rifiutava, poi si decise ad accettare questi piccoli doni». Il siciliano fece la dichiarazione d'amore lì, davanti alla bancarella di roba americana, e quando Carmela Littarru gli disse di sì, lui avrebbe voluto abbracciarla e baciarla. Gli fu impossibile, fino al giorno del matrimonio in chiesa. A Desulo si racconta ancora della volta in cui Salvatore Buttitta, appena fidanzato, si trovò circondato da dieci cugini di Carmela. «Ragazzi, io armi non ne ho», diceva lui; e quelli - che erano stati mandati da uno zio che non voleva imparentarsi coi siciliani - per tutta risposta gli zomparono addosso. Finì che li ritrovarono la mattina dopo, doloranti e infreddoliti. «Papà aveva una forza leggendaria, era capace di caricarsi un tronco d'albero in spalla». Lasciata la bancarella dei vestiti di seconda mano, Turiddu decise che alla sua famiglia non doveva mancare nulla. «Faceva due lavori: il boscaiolo e il muratore. Nel giro di pochi anni riuscimmo anche a lasciare la vecchia casa e a trasferirci in un appartamento delle popolari». Ma intanto, nel 1954, dovette interrompere la vita felice per poter saldare i conti con la giustizia. «Ci fu un'amnistia e gli restavano da scontare tre mesi. Andò al carcere di Sorgono sereno, come uno che sa di levarsi un peso. Scontato quel debito, in casa nostra tornò la felicità». Tornò la felicità e arrivò pure il secondo televisore del paese. «Lo comprammo grazie a Giovanni, mio fratello più grande che alla fine degli Anni Cinquanta era emigrato in Germania. Fu una festa, anche perché tutto il paese veniva a vedere i programmi da noi. Dovevamo cenare in fretta, papà diceva: “Veloci, che arrivano gli ospiti”. Lui e mamma erano felici di poter condividere con gli altri questa piccola fortuna. Noi li ricordiamo così: felici fino alla fine». PIERA SERUSI ------------------------------------------------ |